Sono state tre serate speciali dedicate alla scrittura femminile quelle organizzate dalla Biblioteca delle Donne Soverato dal titolo “Donna, vita, libertà”. Una serie di incontri che hanno spaziato dalla storia alla politica, dalla Calabria al mondo che ci circonda, toccando temi attuali e urgenti, e portando sul palco naturale di Piazza Maria Ausiliatrice una cosa assai rara di questi tempi: la qualità.
Sì, perché di festival letterari in giro per l’Italia ce ne sono tanti, alcuni molto prestigiosi, altri che contano su scenografie importanti, personaggi famosi o location da favola. E già questo sarebbe un segnale positivo per un mondo che legge sempre meno. Ma è anche vero che a volte il fenomeno rischia di diventare un po’ una moda, di scivolare cioè in applausi scroscianti e lunghe file per tornare a casa con un libro autografato. Il noto, italianissimo presenzialismo.
Non è quello che è successo venerdì, sabato e domenica in Piazza Maria Ausiliatrice. Maria Procopio, socia fondatrice e direttrice della biblioteca, ha portato a Soverato competenze e talenti di alto livello, e lo ha fatto con la semplicità e la grazia di chi offre un frutto in dono. Ci ha dato la possibilità di ascoltare parole potenti e luminose, che hanno stimolato riflessioni collettive che abbiamo condiviso, insieme ad altre più intime, che ci siamo portate a casa.
Ogni sera, nonostante il caldo afoso che faceva agitare senza sosta i ventagli tra il pubblico, le ore sono volate in un ascolto attento e partecipato. Abbiamo imparato tutte e tutti qualcosa.
Per esempio, chi era Anna Kulishoff, femminista ante-litteram, rivoluzionaria, giornalista, scienziata, oltre che fondatrice del partito socialista italiano. Ce lo ha raccontato Fiorenza Taricone, a sua volta accademica pluri diplomata, femminista, politologa, scrittrice, soffermandosi sui perché di una censura così smaccata: il suo nome non rientra in nessun testo scolastico, se non come nota a piè di pagina come moglie o compagna di Andrea Costa e Filippo Turati. Attenzione, dunque: la rimozione del femminile è ancora saldamente in corso oggi, anno 2026.
Oppure il rapporto impossibile tra destre e femminsmi, analizzato con maestria da Giorgia Serughetti, altra accademica, giornalista, scrittrice ed esperta di questioni di genere (recentemente ha scritto insieme a Rosi Braidotti e Jennifer Guerra “Giù le mani dal femminismo”). Si è parlato di mercificazione del femminismo, di libertà individuali e collettive, dell’importanza di mantenere un NOI senza sacrificare le differenze interne. E di quella cronica malattia politica chiamata identità.
Anche il tema rovente dei migranti è stato toccato, senza retoriche né scorciatoie. La reporter internazionale Mariangela Paone ci ha svelato la trappola dell’assistenza europea, un labirinto di burocrazie, leggi e decreti tanto assurdi quanto contradditori, che spesso si rubano la vita di milioni di persone innocenti. Come quella di Rezwana Sekandari, tredicenne unica sopravvissuta al naufragio della sua famiglia, e sballottata tra Grecia e Svezia per più di dieci anni.
Sullo sfondo la Calabria, raccontata da autrici del territorio che hanno raggiunto fama nazionale: Anna Mallamo (“Col buio me la vedo io”, Einaudi), nata a Reggio, che vive a Messina e si definisce una “strettista”; Eliana Iorfida (“Montagnammare”, Pellegrini), che vive a Badolato; e Douaa Alokla (“Damasco è dove sono”, Apollo Edizioni), nata in Siria e residente da più di 10 anni a Camini. E in tutti e tre i casi la letteratura ha compiuto la magia di ricondurci a un livello più intimo e segreto, dove le filosofie si intrecciano con il mistero della vita.
A completare la carrellata di eccellenze altri tre piccoli gioielli. La mostra “Appunti visivi di sguardi femminili”, cinque artiste internazionali che ci danno testimonianza dei loro talenti con la semplicità e il candore dei bambini; il delicatissimo film “Le invisibili” di Lousi Julien Petit (ne ho scritto qui https://www.facebook.com/share/p/1LCzvGw7wB/), sul dramma delle donne senza fissa dimora; e le storie cantate da Francesca Prestia sulle “Donne del sud”.
Resta forse solo un po’ di amarezza in me, donna del nord che vive al sud, per il pubblico non esattamente numeroso e di età piuttosto avanzata, me compresa. Semplicemente, mi dispiace che di tanta qualità non abbiano potuto goderne in molti.
Ma la delusione è superata di gran lunga dal piacere di quello che ho vissuto. Questo festival è stato davvero un nutrimento dell’anima, ma la cosa che mi ha colpito di più è stato il modo in cui lo hanno gestito. Maria Procopio e il suo team di donne/socie/amiche si sono mosse con disinvoltura ed eleganza, senza mai cadere in protagonismi né celebrazioni, ma anzi con una dolcezza e una sensibilità disarmanti. Professionali, lucide, competenti ma anche calorose, gentili e amichevoli. Insomma: sono state capaci di creare e mantenere una bella atmosfera: attenta, presente e rilassata. Qualcosa che nella mia immaginazione assomiglia molto a un cerchio.
Ieri sera, mentre guidavo per rientrare a Catanzaro, mi sentivo stranamente emozionata, come se avessi partecipato non a festival letterario, ma a un rituale di saggezza femminile, una festa della sapienza, dove le donne si scambiano saperi. È proprio questa la famosa economia del dono di matriarcale memoria, ho pensato: c’è la gratuità, lo scambio, e la gioia del ricevere che coincide con quella del donare.
Te ne accorgi, perché vai via piena di gratitudine.
Marta Irene Franceschini
