La seconda serata del Festival di scrittura femminile che si è concluso ieri a Soverato, a cura della Biblioteca delle Donne Soverato, ci ha regalato quest’anno, fra le altre cose, un’autentica perla per i cinefili. “Le Invisibili” di Luis Julien Petit, una produzione francese indipendente del 2018 che ha incassato oltre 19 milioni di dollari.
Basato su un romanzo di Claire Lajeunie (in seguito trasformato dalla stessa autrice in documentario), il film tratta il dramma delle donne senza fissa dimora a Parigi. Folgorato dalla lettura del libro, il regista ne ha acquistato subito i diritti e poi si è messo in viaggio per tutta la Francia per visitare e conoscere di persona le realtà del territorio dedite all’accoglienza e al ricovero delle homeless. E dopo un anno di esperienze ha coinvolto la stessa autrice del romanzo, insieme alla scenografa Marion Doussot, alla stesura della sceneggiatura.
Molti i punti di forza del risultato, a cominciare dalla fotografia (firmata David Chambille) che fa emergere nel racconto visivo tutto il grigio delle esistenze che racconta. La storia si svolge in una Parigi irriconoscibile, fatta di quelle periferie e quegli squallori identici in tutte le città del mondo, uno sfondo monocromo dove l’unica poesia che risalta è quella degli sguardi e dei gesti delle protagoniste.
E poi loro, appunto, protagoniste nel racconto come nella vita, lasciate libere di improvvisare, di essere sé stesse, di esprimersi. Emergono così personaggi dolci e grotteschi, come la straordinaria Chantal che, dopo aver passato più di 20 anni in galera per aver ammazzato il marito violento, diventa una riparatrice provetta di elettrodomestici. Nessuna attrice professionista dunque, ad eccezione di quelle che interpretano le assistenti sociali, bravissime anche loro nel non recitare affatto, tanto che non si distingue la differenza con le altre.
Interessante anche il taglio narrativo, che sceglie di affiancare il dramma di chi ha bisogno di un rifugio a quello di chi quel rifugio potrebbe fornirglielo ma è ostacolata da burocrazie, amministrazioni e logiche di profitto, tanto da spingersi a infrangere la legge, mentire e rimetterci in prima persona. Entrambe impotenti nei confronti di un sistema che procede per insensibilità e protocolli.
Donne che aiutano donne. Donne che cercano aiuto da altre donne. Donne che litigano, che piangono, che ridono, che studiano. Che, prima ancora della sopravvivenza, cercano disperatamente di difendere briciole di dignità, minuscoli brandelli di autostima.
Il tutto raccontato senza mai cadere nella retorica o nella compassione, al contrario con uno sguardo capace di cogliere l’ironia dei paradossi, la comicità dei disagi, la follia dei regolamenti. Resta centrale il tema della fragilità (delle donne senza fissa dimora, delle assistenti sociali, delle donne tradite dai mariti), ma in controluce fa emergere anche quello della forza, (se non la famosa resilienza, di certo la resistenza), fatta di solidarietà, coraggio e disperazione.
Una forza tutta femminile, creativa e indomita, la cui ampiezza è pari alla misura del dramma.
Marta Irene Franceschini per Davoli zone – Portale dello Jonio
